Economia & Business

Appartengo alla Terra!

(tempo di lettura: 4 min.)
Ho letto il libro di Marie Kondo perché consigliato dalla mia blogger preferita UnBiscottoalGiorno (Instagram) – alias Monica Papagna.
Era un periodo in cui avevo necessità di fare ordine in molte cose e ho iniziato agendo praticamente: ho comprato il libro, ho capito il percorso da intraprendere e mi sono data da fare.
Come Mago Merlino nella <<Spada nella Roccia>> di Walt Disney, ho sollevato tutto (e non solo in casa), ho letteralmente rovesciato il tavolo e con decisione ho iniziato a mettere in ordine, dando un significato a ciò che avevo, a ciò che non ricordavo di avere, a ciò che mi dava gioia e a ciò che conservava tristezza. Ho anche dato luce a ciò che nascondevo.

 

Ho in pratica iniettato aria e consapevolezza nelle mie cose.

 

Confesso che alcune di esse sono ancora in ordine, altre no. E ho accettato che una parte di disordine mi fa bene, basta che non mi assalga: devo solo tenere alta la guardia.
Quando ripulisci la tua vita dalle cose che non ti danno più gioia, o semplicemente non si adattano più a te, ti trovi di fronte ad una pila di oggetti che avrebbero bisogno di una nuova casa e ne sei anche consapevole.
Concordo che sembra essere più comodo farne un mucchio e portarlo in discarica, anche perché è roba che non vuoi più vedere, della serie prima te ne disfi e meglio è: questo era il mio sentimento.

 

Il metodo civico più comune e anche più usato è donare la tua obsoleta abbondanza ad un ente di beneficenza che potrebbe averne bisogno.
Io invece provai a muovermi diversamente, ragionando su quale strada doveva percorrere quella mercanzia per uscire dalla mia vita. Molti pezzi infatti possono essere venduti, donati o riciclati correttamente, dando loro un’altra vita, non appesantendo l’ambiente.
Ho agito così perché ho imparato che se una cosa, una persona, un sentimento non si adattano più alla tua vita, non possono essere gettati in pochi minuti ma devono essere accompagnati alla porta con una certa gentilezza che caratterizzi te e che onori ciò che eri.

 

Le persone (e io non volevo essere tra quelle) pensano che se un vestito è macchiato, usurato o sbiadito allora è spazzatura. Il problema è che non riflettono sul fatto che esistono aziende tessili e non, che sarebbero ben liete di recuperare vestiti, tappeti, asciugamani, calze anche se logore o semplicemente tutto ciò che è fatto di tessuto per poterlo riutilizzare e riciclare.

 

Mentre avevo tutto il mio inessenziale davanti agli occhi, lessi sul New York Times che in Usa i tessuti rappresentano il 6,1% dei rifiuti urbani generati (secondo l’Environmental Protection Agency) ma che nel 2015, gli americani hanno sì riciclato 2,5 milioni di tonnellate di tessuti, ma ne hanno gettato 10,5 milioni di tonnellate nelle discariche.
E noi europei? Ho trovato dati sparpagliati e articoli di giornale non sempre ragionati e per me insoddisfacenti: non mi avevano aiutata a decidere il da farsi.
Però mi ha molto colpito il lavoro fatto da Humana People to People Italia e Occhio del Riciclone Italia ONLUS che mi ha portato a riflettere molto.
Vi invito a cercare il pdf online, con il titolo: Indumenti Usati, come rispettare il mandato del cittadino.

 

Mentre costruivo strade per spedire il mio superfluo, la roba continuava ad accumularsi e prima di esserne risucchiata ho preso le prime misure di emergenza.
Ho quindi contattato organizzazioni di beneficenza e mi sono fatta dire quali articoli avrebbero accettato. Alcune accettano merci in cattive condizioni per riciclarle, mentre altre vogliono solo ciò che è adatto per la rivendita. Sembra una perdita di tempo, perché la voglia è disfarsene subito, ma cosa costa chiedere, se lo scopo ultimo fa anche onore al tuo senso civico?

 

Mostro qualche esempio virtuoso per proporre e/o pensare ad una vita diversa per le cose di cui ci disfiamo.
Iniziamo con i libri.
(Io in verità tendo a tenerli con me, gli unici di cui mi sono disfatta sono quelli di diritto, perché comunque li ristampano sempre di nuovi e ogni anno ti ritrovi con la copia vecchia e datata, ma questo è un altro problema).
Negli USA esistono organizzazioni specializzate, come Books Through Bars, un collettivo di Philadelphia che consegna tascabili alle persone in carcere.
Un giorno proverò a farlo anche io. Promesso (ci sto già lavorando)!
Per ora e fino a quando non avrò il mio collettivo a cui donare i libri mi piace pensare che esiste un mondo per i libri rifiutati, un mondo dove vengono accolti, capiti e destinati a persone a cui possano realmente servire.

 

Cambio discorso: quanti reggiseni gravitano attorno alle nostre vite?
Quanti ne gettiamo via? In America la soluzione proposta è la donazione a Bra Recyclers, azienda specializzata nel riciclo dei reggiseni. Qui in Svizzera non ho trovato una azienda come questa e li ho donati alla Croce Rossa.

 

Materassi? Anche un vecchio materasso non deve finire in una discarica: Bye Bye Matress (USA) e Recyc Matelas Europe (Francia) ad esempio riciclano materassi.

 

Andiamo avanti:
Scarpe? Esistono organizzazioni come Soles4Souls.

 

E Habitat for Humanity raccoglie vecchi mobili, elettrodomestici e persino materiali da costruzione.

 

Alla fine comunque c’è sempre la Soluzione Ultima, la più lenta ma anche piena di buoni propositi redditizi: vendere la tua babele sui siti online per l’usato.
Se alcune cose sono state usate pochino possono avere ancora del valore, se hai la pazienza di venderle online. Io ci ho messo un bel po’ ma molto l’ho venduto.

 

Dopo questo bel da fare, dopo che tutto è in ordine e ben sistemato, potresti poi goderne i frutti guardando la serie di Netflix “Tidying Up with Marie Kondo“, (ammetto di non averla vista) e deliziarti con la Tidy Home Challenge di The Times.
Per comprendere che non si è mai sola/o.